In arrivo una novità per ridurre le liste d’attesa: il medico di famiglia prenota l’esame specialistico

In arrivo una novità per ridurre le liste d’attesa: il medico di famiglia prenota l’esame specialistico

Esami medici garantiti entro 24-48 ore, grazie all’appuntamento che potrà essere richiesto direttamente dal medico curante, a cui verrà messo a disposizione un numero verde aziendale.  È questa la novità messa in moto dalla AUSL Toscana per adesso solo a Pistoia, allo scopo di abbattere i tempi di attesa per esami e visite specialistiche. Si comincia con le malattie vascolari per poi allargare il servizio ad altre patologie.

Dunque si tratta di un nuovo modo di gestire le prenotazioni, basato sull’effettiva priorità clinica, stabilita dal medico curante. Il cittadino con sospetto di patologia vascolare, potrà effettuare un esame specialistico entro 72 ore, in un centro medico vicino al luogo di residenza.

Costruire una rete di medici di base e specialisti

Lo scopo è arrivare a costituire una rete, in cui medici di base e specialisti collaborino attivamente, costituendo delle «equipe locali multidisciplinari territoriali» di centri medici che permetta il pieno utilizzo dei posti liberi disponibili. Questo sistema, gradualmente, sarà esteso anche ad altre patologie, in particolare reumatologiche, cardiologiche e pneumologiche. Il raggio di azione verrà esteso, fino a comprendere tutto il territorio dell’Azienda Usl Toscana centro.

Il sistema «fast track»

Dal 12 settembre 2016 è attivo il sistema “fast track”; oltre che per il trattamento della trombosi venosa profonda, adesso viene esteso anche ad altre malattie vascolari che coinvolgono arterie e vene, proprio per evitare il pronto soccorso e i fastidi che comporta un ricovero ospedaliero. Infatti, dopo i dovuti accertamenti e cure, la patologia potrà essere gestita e risolta – con tutte le sicurezze di cui il paziente ha diritto – anche dal proprio domicilio.

Mancano gli infermieri: in 5 anni persi 7.500 lavoratori del Servizio Sanitario Nazionale

Mancano gli infermieri: in 5 anni persi 7.500 lavoratori del Servizio Sanitario Nazionale

La Federazione dei Collegi degli Infermieri (Ipasvi) ha analizzato la situazione italiana alla luce dei tagli, blocchi del turn over e della crisi degli ultimi anni. Il cinque anni si sono persi 7.500 infermieri, sopratutto nelle regioni in piano di rientro. Solo Campania, Lazio e Calabria, infatti, hanno perso 5.400 professionisti. E per chi rimane in corsia non ci sono aumenti di stipendio, tutt’altro: questi professionisti guadagnano in media 70 euro in meno rispetto a quanto prendevano cinque anni fa.

La mancanza di personale infermieristico impatta anche sul rapporto tra medici e infermieri all’interno dei reparti che dovrebbe essere di 1 a 3. Purtroppo nelle regioni in piano di rientro questo rapporto si assottiglia, arrivando ad essere di uno a due, con conseguenze immaginabili sulla qualità del servizio erogato e sullo stress a cui è sottoposto il poco personale in corsia. Situazione che ci allontana ancor di più dagli standard europei, che impongono che il personale sanitario osservi turni di riposo più lunghi. Gli standard EU renderebbero necessaria l’assunzione di 17.000 infermieri.

In tutto questo, l’attenzione deve essere rivolta in primo luogo alla salute dei pazienti. La carenza cronica di personale influisce direttamente sul tasso di mortalità in corsia. L’Ipasvi dichiara che: “Studi internazionali indicano che se i pazienti per infermiere scendono numericamente da 10 a 6, la mortalità si riduce del 20%: in Italia la proporzione media nazionale è di 12 pazienti per infermiere e se alcune Regioni, poche ce la fanno a scendere anche se di poco sotto i 10, ce ne sono altre, ancora tra quelle in piano di rientro che di più scontano il blocco del turn over e la carenza di personale, dove si arriva anche a 18 pazienti per infermiere”.

Questi dati dovrebbero bastare a “svegliare” il legislatore e le Regioni, su una situazione che compromette la salute dei cittadini in modo importante. La Federazione  suggerisce l’assunzione di giovani infermieri e facilitare la mobilità tra le Regioni, in modo da abbassare l’età media del personale infermieristico italiano che si sta alzando sempre di più, a fronte di una professione che impone ritmi e stress fisici non indifferenti. [da La Repubblica]

In tutto questo il settore privato esercita un ruolo chiave nel garantire assistenza ai malati. Pas Welfare offre assistenza infermieristica domiciliare, sia per prestazioni singole, sia per percorsi di cura continuati. Contattaci e sapremo proporti la soluzione più adatta alle tue esigenze.

 

Badanti e aiuto a domicilio: l’altra faccia della crisi economica

Medic attaching heart rate monitor to man's finger

Le conseguenze della crisi economica si manifestano in tanti modi, anche sull’impatto nelle dinamiche dei lavori domestici. Una ricerca dell’INPS rileva che nelle case dei nostri connazionali, badanti e aiuti domestici sono in calo costante, anche se all’interno di queste categorie la percentuale di italiani è in aumento sui lavoratori stranieri.

L’innalzarsi dei livelli di disoccupazione, infatti, hanno fatto ripiegare molti connazionali su mestieri che nel decennio scorso erano diventati appannaggio quasi esclusivamente dei professionisti provenienti dall’estero. L’INPS rileva che questo aumento della percentuale (4,23%) di italiani corrisponde a una quasi equivalente diminuzione (4,16%) degli stranieri che occupano le stesse posizioni.

L’INPS rileva inoltre che la percentuale delle badanti rimane in aumento (+2,2%), rispetto alle altre tipologie di lavoratori a domicilio (colf, domestici…). Segno evidente che la crisi ha certamente colpito, ma tuttavia il bisogno di assistenza a domicilio cresce e non si può prescindere dall’aiuto esterno che spesso è assolutamente necessario. Specialmente quando si tratta di assistenza ad anziani infermi, malati di Alzheimer e situazioni critiche di varia natura, in cui è necessaria la presenza in casa di una figura professionale preparata e in grado di gestire le situazioni più delicate che riguardano i nostri cari.

Pas Welfare nasce proprio con l’intento di fornire una gamma di servizi di assistenza domiciliare personalizzati , gestiti da professionisti del settore dell’assistenza: infermieri, fisioterapisti, oltre che badanti e accompagnatori. Contattaci per raccontarci le esigenze tue e dei tuoi cari, siamo qui per darti soluzioni professionali in un’ottica non profit sostenibile.

 

 

Fonte dell’articolo: In calo badanti e colf, ma sempre più sono italiani, da Repubblica.it.

In futuro i casi di Alzheimer aumenteranno del 400%

In futuro i casi di Alzheimer aumenteranno del 400%

Durante lo scorso congresso nazionale dei Centri diurni che si è svolto i primi di giugno a Pistoia, si è discusso sulla situazione attuale delle malattie neurodegenerative, ponendo l’accento sui costi crescenti e spesso insostenibili che arrivano a gravare sulle spalle delle famiglie dei malati.  Anche se lo studio sulla popolazione evidenzia un aumento degli over 65 attivi, attualmente gli anziani nel nostro Paese sono 13,5 milioni (il 21% della popolazione) di cui 2,5 milioni non autosufficienti. Secondo le stime che sono venute fuori durante i lavori del congresso, nel corso dei prossimi decenni questo numero di non autosufficienti aumenterà del 400%, seguendo i ritmi di invecchiamento generale della popolazione.

A questo dato si accompagna quello sull’emergenza delle malattie degenerative. Solo di Alzheimer il Censis rileva 600 mila casi all’anno, con un aumento costante. Questo impatta in modo drammatico a livello economico e umano sulle famiglie e sulle casse dello Stato. Dei 12 miliardi all’anno che servono per gestire l’emergenza Alzheimer, infatti, ben 8 sono a carico delle famiglie, mentre il resto grava sulla collettività.

Per quanto riguarda il futuro di questa malattia, gli studi epidemiologici, incrociati con le rilevazioni statistiche, hanno dato come risultato un quadro che si presta a una duplice lettura. In primo luogo la notizia positiva è che in vari paesi europei e in Usa, il rischio di Alzheimer sembra diminuire sensibilmente nelle nuove generazioni di anziani. Ancora non si sa se questo calo sia dovuto alla diffusione di stili di vita più sani e all’attenzione crescente sulle malattie cardiovascolari. Tuttavia, come abbiamo detto, l’aspetto preoccupante è che con l’aumento prospettato della popolazione anziana, si avrà un conseguente aumento statistico del 400% dei casi di Alzheimer.

Anche se non sono chiare le cause che favoriscono l’insorgere delle malattie degenerative, sappiamo che una grossa incidenza è data sia dalla predisposizione genetica del paziente che possiamo ricostruire attraverso l’anamnesi familiare, sia dall’adozione di stili di vita “poco sani” (obesità, non fare attività fisica e/o intellettuale), sia da una serie di patologie come ipertensione, diabete, arteriosclerosi. Ma tra le cause possiamo trovare anche alcuni tipi di traumi cerebrali. La speranza è che gli scienziati riescano a trovare un vaccino anti-Alzheimer.

In questo panorama quanto pesa l’assistenza ai malati?

Questo tipo di malattie richiede un’assistenza costante il cui costo ricade per la maggior parte sulle famiglie. In Italia ci sono 3,5 milioni di persone che lavorano nel campo dell’assistenza, incluse oltre 800 mila badanti, in gran parte straniere e pagate spesso in nero e con una preparazione professionale almeno da verificare. Un servizio come quello di PAS Welfare si inserisce in questo contesto con un ruolo importantissimo almeno su due fronti: da un lato l’assistenza domiciliare di PAS Welfare è professionale e trasparente nonché personalizzata in base alle esigenze specifiche del malato e della sua famiglia. Dall’altro la nostra vocazione non profit ci fa stabilire delle tariffe sociali , particolarmente agevolate per i soci delle p.a. Humanitas Scandicci e Humanitas Firenze, per usufruire dei nostri servizi professionali di assistenza a domicilio che dunque gravano un po’ di meno sulle spalle delle famiglie dei malati.

 

Prestazioni sanitarie troppo costose: 11 milioni di italiani rinunciano a curarsi

Prestazioni sanitarie troppo costose: 11 milioni di italiani rinunciano a curarsi

In Italia le prestazioni sanitarie sono diventate per lo più a pagamento e i tempi in cui era “tutto gratis” sono purtroppo lontani. La conseguenza sociale più drammatica è la rinuncia da parte di molti cittadini italiani a curarsi.

Questo è quanto emerge dalla ricerca del Censis-Rbm Assicurazione Salute, presentata a Roma nel corso dello scorso “Welfare Day” che dipinge un quadro preoccupante: durante l’ultimo anno, infatti, sono stati addirittura 11 milioni gli italiani che non hanno potuto occuparsi della loro salute. Un numero in fortissimo aumento, considerando anche che nel 2012 erano stati 9 milioni gli italiani che avevano dovuto rinunciare o rimandare prestazioni sanitarie a causa di difficoltà economiche.

Il trend generale che stiamo percorrendo come società è sempre meno sanità pubblica e aumento di quella privata. Una strada che porta a situazioni drammatiche di “sanità negata”, dove chi non può pagare non riceve le cure che gli sono necessarie. Questo problema sociale riguarda in particolare due nutrite fasce di popolazione ben distinte2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni dei cosiddetti “millennials”, cioè i nati tra gli anni ‘80 e il 2000.

La ricerca evidenzia un peggioramento nella sanità pubblica: negli ultimi due anni è aumentata in media di € 80 a persona la spesa “cash” sanitaria. Ovvero le spese mediche pagate dagli italiani di tasca propria che poi non vengono rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta di cifre importanti: dal 2013 al 2015 si è passati infatti da una spesa media di € 485 a una di € 569 a persona a cui si è affiancato un ulteriore aumento della spesa pro capite destinata alla sanità privata.

A questo si aggiunge un abbassamento della qualità del servizio pubblico, rilevabile dalle lunghe liste di attesa, che ha spinto oltre 7 milioni di pazienti nell’ultimo anno, a far ricorso all’intramoenia, ovvero la libera professione dei medici all’interno degli ospedali.

La sanità privata inoltre garantisce orari di apertura che comprendono il pomeriggio, la sera e i fine settimana, andando incontro alle esigenze di chi lavora e non può accedere alle prestazioni mediche negli orari usualmente canonici.

La percezione generale da parte degli italiani è di un forte peggioramento della qualità dell’offerta sanitaria pubblica. La ricerca evidenzia che per il 45,1% degli italiani nella propria regione è peggiorata: lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud. Per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata.

Infine c’è un altro aspetto della sanità pubblica, evidenziato dalla ricerca, da tenere in considerazione: durante l’ultimo anno 5,4 milioni di italiani hanno ottenuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici che alla fine si sono rivelati inutili. Tuttavia gli stessi intervistati si sono dichiarati contrari a frenare questa tendenza, sostenendo la piena autonomia decisionale del medico nello stabilire esami e terapie necessarie per il paziente, e l’inopportunità di sanzioni in caso di prescrizioni inutili.

Pas-Welfare, con la sua vocazione non profit nasce anche per cercare di dare una soluzione a questi problemi, con un servizio che offre tariffe sociali agevolate per i soci delle pubbliche assistenze, in modo da garantire l’erogazione di servizi sanitari di prima qualità.

L’abolizione delle guardie mediche: la protesta dei medici e cosa cambia

medicoLe nuove norme sull’assistenza della guardia medica notturna stanno provocando proteste da parte dei medici e delle sigle sindacali che protestano contro l’atto di indirizzo sul quale verrà redatto il nuovo accordo.  È prevista, infatti, la stipula di una nuova convenzione tra medici di famiglia, medici della guardia medica e medici del 118 che saranno tutti collegati al servizio sanitario nazionale.

Il cambiamento sarà drastico. Infatti la guardia medica non dovrebbe più lavorare nelle ore notturne, ovvero tra mezzanotte e le 8 nei giorni feriali e tra le 20 e le 8 nei giorni festivi.

Allora come funzioneranno le emergenze?

I pazienti che staranno male in queste fasce orarie dovranno rivolgersi al Pronto Soccorso oppure chiamare il 118. Il resto dell’assistenza medica sarà compito delle AFT, le aggregazioni funzionali territoriali, ossia grandi gruppi formati dai medici di famiglia che lavoreranno insieme (anche nella stessa sede) per poter dare assistenza nell’arco delle 16 ore ai cittadini. Quando il proprio medico di base non sarà in ambulatorio, il paziente ne troverà un altro che potrà fornirgli l’assistenza necessaria e che conoscerà la situazione sanitaria del paziente.

Le AFT comprenderanno anche infermieri, in grado intervenire e di fare accertamenti diagnostici leggeri e ci sarà necessità anche di guardie mediche per poter intervenire a domicilio.

Questo atto di indirizzo non stanzia nessuna nuova risorsa, ma prevede il taglio della guardia medica notturna e l’uso improprio del 118 in quella fascia oraria che si deve occupare solo di gestire emergenze e urgenze.