La riforma della Sanità lombarda divide i medici di famiglia

La riforma della Sanità lombarda divide i medici di famiglia

La riforma della Sanità lombarda divide i medici di famiglia che ancora non hanno aderito in un numero significativo al progetto che riguarda 3 milioni di malati cronici in Lombardia.

Fulcro della riforma, nonché della resistenza dei medici, è il piano di assistenza individuale previsto per i cronici, che libererà il malato dall’incombenza di dover provvedere da sé alle prenotazioni delle visite mediche specialistiche necessarie per il trattamento della malattia. A questo penserà un “tutor” appositamente retribuito per svolgere questo compito, ruolo che potrà essere assunto dagli stessi medici di famiglia oppure potranno scegliere di non essere coinvolti, come sta facendo la maggior parte di loro in questa fase preliminare in cui si rischia l’arrenarsi della riforma sul nascere. Infatti, solo a Milano, che ha oltre 400mila malati cronici, soltanto 101 medici di famiglia sui 2.169 totali hanno dato la loro disponibilità a partecipare al progetto.

Per assumere questo ruolo è necessario per i medici “tutor” confluire in forme associative, in modo che sia possibile farsi carico dell’organizzazione di percorsi i cura avendo a disposizione corsie preferenziali nella prenotazione delle prestazioni sanitarie per i pazienti. Si tratta sempre di esami e visite mediche che si svolgeranno nei poliambulatori o in ospedale. Per i pazienti cronici avere il proprio medico come tutor che li guidi nel percorso di cura è un’occasione importante per rimanere agganciati a un punto di riferimento importante. D’altro canto, l’associazione dei medici obietta che la riforma lede la libertà di scelta del paziente.

 

Fonte dell’articolo: Corriere della Sera ed milano: “La riforma divide i medici di famiglia: «Un flop se il progetto non decolla” (link)

Mancano gli infermieri: in 5 anni persi 7.500 lavoratori del Servizio Sanitario Nazionale

Mancano gli infermieri: in 5 anni persi 7.500 lavoratori del Servizio Sanitario Nazionale

La Federazione dei Collegi degli Infermieri (Ipasvi) ha analizzato la situazione italiana alla luce dei tagli, blocchi del turn over e della crisi degli ultimi anni. Il cinque anni si sono persi 7.500 infermieri, sopratutto nelle regioni in piano di rientro. Solo Campania, Lazio e Calabria, infatti, hanno perso 5.400 professionisti. E per chi rimane in corsia non ci sono aumenti di stipendio, tutt’altro: questi professionisti guadagnano in media 70 euro in meno rispetto a quanto prendevano cinque anni fa.

La mancanza di personale infermieristico impatta anche sul rapporto tra medici e infermieri all’interno dei reparti che dovrebbe essere di 1 a 3. Purtroppo nelle regioni in piano di rientro questo rapporto si assottiglia, arrivando ad essere di uno a due, con conseguenze immaginabili sulla qualità del servizio erogato e sullo stress a cui è sottoposto il poco personale in corsia. Situazione che ci allontana ancor di più dagli standard europei, che impongono che il personale sanitario osservi turni di riposo più lunghi. Gli standard EU renderebbero necessaria l’assunzione di 17.000 infermieri.

In tutto questo, l’attenzione deve essere rivolta in primo luogo alla salute dei pazienti. La carenza cronica di personale influisce direttamente sul tasso di mortalità in corsia. L’Ipasvi dichiara che: “Studi internazionali indicano che se i pazienti per infermiere scendono numericamente da 10 a 6, la mortalità si riduce del 20%: in Italia la proporzione media nazionale è di 12 pazienti per infermiere e se alcune Regioni, poche ce la fanno a scendere anche se di poco sotto i 10, ce ne sono altre, ancora tra quelle in piano di rientro che di più scontano il blocco del turn over e la carenza di personale, dove si arriva anche a 18 pazienti per infermiere”.

Questi dati dovrebbero bastare a “svegliare” il legislatore e le Regioni, su una situazione che compromette la salute dei cittadini in modo importante. La Federazione  suggerisce l’assunzione di giovani infermieri e facilitare la mobilità tra le Regioni, in modo da abbassare l’età media del personale infermieristico italiano che si sta alzando sempre di più, a fronte di una professione che impone ritmi e stress fisici non indifferenti. [da La Repubblica]

In tutto questo il settore privato esercita un ruolo chiave nel garantire assistenza ai malati. Pas Welfare offre assistenza infermieristica domiciliare, sia per prestazioni singole, sia per percorsi di cura continuati. Contattaci e sapremo proporti la soluzione più adatta alle tue esigenze.

 

Prestazioni sanitarie troppo costose: 11 milioni di italiani rinunciano a curarsi

Prestazioni sanitarie troppo costose: 11 milioni di italiani rinunciano a curarsi

In Italia le prestazioni sanitarie sono diventate per lo più a pagamento e i tempi in cui era “tutto gratis” sono purtroppo lontani. La conseguenza sociale più drammatica è la rinuncia da parte di molti cittadini italiani a curarsi.

Questo è quanto emerge dalla ricerca del Censis-Rbm Assicurazione Salute, presentata a Roma nel corso dello scorso “Welfare Day” che dipinge un quadro preoccupante: durante l’ultimo anno, infatti, sono stati addirittura 11 milioni gli italiani che non hanno potuto occuparsi della loro salute. Un numero in fortissimo aumento, considerando anche che nel 2012 erano stati 9 milioni gli italiani che avevano dovuto rinunciare o rimandare prestazioni sanitarie a causa di difficoltà economiche.

Il trend generale che stiamo percorrendo come società è sempre meno sanità pubblica e aumento di quella privata. Una strada che porta a situazioni drammatiche di “sanità negata”, dove chi non può pagare non riceve le cure che gli sono necessarie. Questo problema sociale riguarda in particolare due nutrite fasce di popolazione ben distinte2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni dei cosiddetti “millennials”, cioè i nati tra gli anni ‘80 e il 2000.

La ricerca evidenzia un peggioramento nella sanità pubblica: negli ultimi due anni è aumentata in media di € 80 a persona la spesa “cash” sanitaria. Ovvero le spese mediche pagate dagli italiani di tasca propria che poi non vengono rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta di cifre importanti: dal 2013 al 2015 si è passati infatti da una spesa media di € 485 a una di € 569 a persona a cui si è affiancato un ulteriore aumento della spesa pro capite destinata alla sanità privata.

A questo si aggiunge un abbassamento della qualità del servizio pubblico, rilevabile dalle lunghe liste di attesa, che ha spinto oltre 7 milioni di pazienti nell’ultimo anno, a far ricorso all’intramoenia, ovvero la libera professione dei medici all’interno degli ospedali.

La sanità privata inoltre garantisce orari di apertura che comprendono il pomeriggio, la sera e i fine settimana, andando incontro alle esigenze di chi lavora e non può accedere alle prestazioni mediche negli orari usualmente canonici.

La percezione generale da parte degli italiani è di un forte peggioramento della qualità dell’offerta sanitaria pubblica. La ricerca evidenzia che per il 45,1% degli italiani nella propria regione è peggiorata: lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud. Per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata.

Infine c’è un altro aspetto della sanità pubblica, evidenziato dalla ricerca, da tenere in considerazione: durante l’ultimo anno 5,4 milioni di italiani hanno ottenuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici che alla fine si sono rivelati inutili. Tuttavia gli stessi intervistati si sono dichiarati contrari a frenare questa tendenza, sostenendo la piena autonomia decisionale del medico nello stabilire esami e terapie necessarie per il paziente, e l’inopportunità di sanzioni in caso di prescrizioni inutili.

Pas-Welfare, con la sua vocazione non profit nasce anche per cercare di dare una soluzione a questi problemi, con un servizio che offre tariffe sociali agevolate per i soci delle pubbliche assistenze, in modo da garantire l’erogazione di servizi sanitari di prima qualità.